Il bambino morto nel derby Roma-Lazio

scritto da fabio lo cascio il 15 febbraio 2005 Commenti 0 Approfondimenti , Leggende del quotidiano

ROMA. Serata di follia e gran mistero a Roma nell’intervallo del derby tra Roma e Lazio, sospeso per motivi di ordine pubblico. Una falsa voce sulla morte di un bimbo, smentita ufficialmente dalla polizia, ha creato una situazione irreale sfociata poi nella decisione di rinviare la partita perché 70 mila tifosi non hanno creduto alle smentite. Poi, fuori dallo stadio, sono scoppiati incidenti con cariche e roghi ma nessun morto o ferito” (Il mattino di Padova, 22/03/2004).

La voce che si è diffusa all’Olimpico la sera del derby calcistico Roma-Lazio racchiude in sé la maggior parte delle caratteristiche tipiche di una leggenda contemporanea. L’elemento che più stupisce e che fa dell’evento un caso eccezionale non è tanto come migliaia di persone possano aver creduto a una voce incontrollata o abbiano orientato il loro comportamento in base a questa, o che il calcio sia finito in mano agli ultràs (come si è sentito tuonare in diverse trasmissioni televisive e si è letto nei giorni successivi sul giornale), ma la velocità con cui una leggenda è nata, si è diffusa, e ha dato vita a una serie di fenomeni caratteristici nel giro di poche ore.
A nulla sono servite le smentite che si sono susseguite per ben sette volte, la storia ha immediatamente dato origine a una configurazione di significati plausibili e, in qualche modo, attesi dai tifosi che se ne sono appropriati. Il “brodo di cultura favorevole” (Bloch M., 1921) ha trasformato una voce iniziale in una leggenda.
Le condizioni perché questo si verificasse erano presenti:

  • c’era una forte tensione dovuta al significato che la partita avrebbe avuto per la classifica delle squadre in campionato, esacerbata dal tipo di partita, un derby, in cui la posta in gioco, in termini di competizione simbolica, è molto alta;
  • prima della partita si erano verificati degli scontri che hanno reso plausibile la notizia di feriti o di morti (fatto che purtroppo ha molti precedenti negli stadi);
  • Nel tifo ultrà ricorrono sistemi di simboli basati prevalentemente sulla fede e sulla fedeltà”, basati su valori quali l’onore e il coraggio, da mostrare all’interno del proprio gruppo che richiede ai singoli “di essere all’altezza di ciò che dichiarano di essere” (Salvini A., Il rito aggressivo, Giunti, Firenze, 1988, pag. 93);
  • i giocatori non potevano decidere di sospendere la partita perché non vi erano conferme ufficiali della voce, e quindi il ritiro di una squadra avrebbe comportato, secondo il regolamento, la sua sconfitta a tavolino.

Di fronte alla voce di un bambino morto, diventa dovere di un tifoso fermare la partita, con qualunque mezzo necessario. Il gioco simbolico era stato trasformato in pochissimo tempo in una questione d’onore, per cui i depositari del potere all’interno delle tifoserie si sono trovati nella situazione in cui “il personaggio rappresentato s’impone all’attore” (Salvini A., 1988), a tal punto da arrivare ad affermare di essere stati testimoni diretti dell’accadimento(1) pur di difendere la loro identità di leader della curva.

Il nemico individuato nella polizia non è una novità per le tifoserie. L’informazione che i tifosi hanno ricevuto si integrava perfettamente nel loro sistema di valori, per cui non poteva venir messa in discussione, pena l’esser tacciati di tradimento dai propri compagni. Le smentite ufficiali(2), provenendo dal “nemico”, avevano una scarsa possibilità di essere prese in considerazione, e in un certo senso confermavano la voce: se hanno sospeso la partita deve essere successo qualcosa di grave, così grave (come la morte di un bambino) che le autorità responsabili lo negano per paura degli effetti.
C’erano elementi sufficienti perché la “ritualizzazione imperfetta” (Salvini A., 1988) degenerasse in quelli che sono stati poi gli avvenimenti della serata.
Tutto è probabilmente partito dal retroscena pre-partita: “Un poliziotto del reparto celere – che ha partecipato alle cariche – ha raccontato che nel corso del conflitto sarebbero stati sparati diversi fumogeni e un bambino, all’interno dello stadio, avrebbe avuto una crisi asmatica a causa dei gas portati dal vento” (Lacrimogeni e un ragazzo svenuto, un poliziotto rivela il retroscena, La Repubblica, 22/03/2004). Nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo la voce si è diffusa subendo trasformazioni successive: un ragazzo ucciso da un lacrimogeno sparatogli nel petto o da una manganellata, una telefonata in curva Sud che confermava la morte di un tifoso e infine quella che ha scatenato la rabbia dei tifosi: il bambino ucciso dalla polizia. La trasformazione della voce ha seguito le tappe della semplificazione e dell’esagerazione in pochi minuti, fino a diventare una storia significativa che ha motivato la reazione della folla.
I quotidiani nei giorni successivi hanno rievocato gli episodi di violenza occorsi negli stadi di calcio negli ultimi anni, incolpando il tifo violento dell’accaduto, attraverso espressioni di sdegno(3). Si è arrivato persino ad ipotizzare un complotto, tentativo di spiegazione della leggenda che in casi così eclatanti è da considerarsi usuale(4). E’ stata aperta un’inchiesta e la sera stessa sono stati interrogati i capitani delle due squadre.

Riteniamo che un precedente illustre sia rappresentato dalla reazione dei cittadini americani dopo la trasmissione radiofonica di Welles, quando il 30 ottobre del 1938 sulle frequenze della Columbia Broadcasting System va in onda la riduzione de La guerra dei mondi di H.G.Wells, generando quella che verrà ricordata come night the panicked America. Pur con le debite differenze in entrambi i casi si è verificato in un tempo contratto quello che normalmente ha tempi di attuazione molto dilatati, a volte di anni, dimostrando che con la presenza dei giusti ingredienti una leggenda si origina e si diffonde creando un mondo reale a tutti gli effetti, mettendo in crisi le capacità critiche di chi vi aderisce in quanto fornisce una “oggettività” che diventa tale in una particolare comunità linguistica, che non esita ad attingere dal territorio del mitico per costruire un sistema di significati che sia coerente con la propria rappresentazione, generando effetti in cui il valore dato alla verità storica degli elementi che la costituiscono è sostituito da quello ben più reale della verità narrativa.

NOTE
(1) “… un ultrà insisteva: “hanno ucciso un ragazzo, ho visto la scena con i miei occhi” (Boldrini S., Cecchini M., Guerriglia per un morto che non c’era, La Gazzetta dello Sport, 22/03/2004).
(2) I megafoni all’interno dello stadio hanno diffuso più volte il seguente comunicato: “Attenzione, si è diffusa la voce secondo la quale un bambino sarebbe stato investito da un’auto della polizia. Si tratta di una voce priva di qualsiasi fondamento”.
(3) “L’hanno deciso i tifosi violenti”, “Ora siamo senza difese”, “Sotto ricatto”, sono alcuni dei titoli apparsi sui principali quotidiani
(4) “I sospetti del prefetto “Attacco preordinato” Interrogati i capitani” (Il Corriere della Sera); “Serra: nelle curve azioni in sincrono” (Gazzetta dello Sport); “La polizia: incidenti provocati ad arte” (Il Mattino di Padova); “Gli investigatori pensano ad una mossa premeditata dei tifosi” (La Repubblica).

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