Il mondo musicale è sicuramente uno dei filoni più suggestivi del mondo delle leggende metropolitane. Ci sono tantissime storie che riguardano le più belle canzoni o i più grandi musicisti, ma c’è una storia in particolare che primeggia su tutte: la presunta morte di Paul Mc Cartney. Questa storia è talmente articolata e ricca di trame e sottotrame che meriterebbe un libro. E in effetti un libro esiste già: lo ha scritto l’amico Glauco Cartocci, che dal 2005 con il suo successo editoriale “Il caso del Doppio Beatle” ristampa dopo ristampa, continua la sua interessantissima ricerca.

VAI A: 01:11 La morte di Paul Mc Cartney

Sarebbe difficile risalire all’origine della leggenda sulla morte di Paul Mc Cartney. Controversie sono anche le motivazioni per cui sia nata. Potrebbe essere stata una idea della casa discografica dei Betales, la Apple Records, a fini ci di marketing e pubblicitari, o solo uno scherzo giocato dai quattro baronetti a tutti i loro fan.

In ogni caso, il fattore scatenante di questa storia può essere fatto risalire al 1969, quando durante una trasmissione radiofonica della stazione WKNR di Detroit, il disc-jockey Russ Gibb riceveva la telefonata di un misterioso ascoltatore, tale “Alfred”, che sosteneva di conoscere un agghiacciante segreto della vita dei Beatles. Il fantomatico Alfred, in diretta radiofonica rivelò che Paul Mc Cartney era morto in un incidente stradale avvenuto il 9 Novembre 1966.
In quel periodo, i Beatles erano impegnati nella realizzazione dell'album che avrebbe dato una svolta alla storia del rock: Sgt. Pepper’s lonely hearts club band. Nel corso della telefonata, Alfred citò alcuni articoli tratti dal giornali inglesi, a proposito di un incidente avvenuto alle cinque del mattino del 9 Novembre 1966. Il guidatore dell’auto distrutta, completamente sfigurato, non era stato identificato. Ma secondo Alfred aveva un nome: Paul McCartney. Dopo quattro mesi dall’incidente, nel febbraio 1967, il fan club ufficiale dei Beatles lanciò, senza una apparente ragione, uno strano concorso: «Cerchiamo il sosia di Paul McCartney». Centinaia di persone, da ogni parte del mondo, spedirono la loro foto e si presentarono alle selezioni indette dal fan club. Il vincitore del concorso non fu però mai nominato....Perché? Forse per nasconderlo. Secondo il misterioso Alfred, infatti, il sosia di Paul fu trovato davvero, il quale, dopo “ritocchi” ai lineamenti e alla voce, ne prese il posto. L’industria discografica, dunque, avrebbe sostituito Paul con un sosia. Con la complicità di Lennon, Harrison e Starr. Sembra però che questo terribile segreto abbia generato una sorta di senso di colpa dalla band, a giudicare dai vari indizi lasciati sugli album e le canzoni. Indizi lasciati quà e là, per far trapelare un terribile segreto o per fare forse un simpatico scherzo a milioni di fan?
Ad esempio, sulla copertina di Magical mistery tour (1967), Paul è l’unico a tenere una rosa nera invece di una rossa, ed inoltre, in una immagine di gruppo, sulla batteria di Ringo, troviamo la scritta «Love 3 Beatles » ...ma i Beatles non erano in 4 ? Sempre in Magical mistery tour, Paul e compagni indossano delle maschere. Una di esse raffigura un tricheco. Secondo la simbologia delle leggende nordiche (vecchia passione di Lennon) il tricheco rappresenta la morte. Quale, dei quattro Beatles indossava questa tetra maschera? La soluzione ci viene offerta da Lennon nella canzone Glass onion (The Beatles, 1968), in cui si dice : «Vi avevo parlato del tricheco. Ebbene, ecco un’altra pista per voi: il tricheco era Paul».Ma la canzone, a nostro avviso più diretta ed eloquente, perché così maledettamente inquietante è Strowberry fields forever (Magical mistery tour ,1967), dove, alla fine, dopo un pezzo strumentale psichedelico, Lennon sussurra «..I’ve buried Paul», «..Ho sepolto Paul».
Cosa abbiamo quindi di fronte? Uno scherzo, una leggenda cruenta, o semplicemente un insieme di coincidenze? La maggior parte degli indizi, sono in effetti molto ambigui. Chi c’è dietro tutta questa storia? Tutti i Beatles hanno smentito, e Paul Mc Cartney ci sembra tutto fuorché morto.Una cosa è certa, però. Finché durerà il mito dei Beatles, durerà anche il mito della morte di Paul!

VAI A: 05:30 Butcher's Album (1966)

Il vero nome dell'album è "The Beatles Yesterday and Today", ma dall'immagine della copertina ne è derivato il nomignolo di "Butcher Album", l'album del macellaio. Questo disco, almeno nella versione che vedete, è rarissimo, poiché appena uscito in forma di lancio discografico, fu ritirato dal mercato, e fatto uscire con una copertina diversa, in seguito alle numerose lamentele dei benpensanti. I primi indizi li troviamo nella copertina, dove la sanguinosa carne, unita alle bambole rotte, possono rappresentare la natura dell'incidente automobilistico di cui fu vittima Paul. Notate come Gorge Harrison tenga una testa della bambola vicina alla testa di Paul, a significare la decapitazione di Paul in seguito all'incidente.
Nella versione ufficiale, e quindi nella nuova copertina, troviamo ancora indizi. Notiamo che Paul è seduto dentro una cassa, delle fattezze di una bara, mentre gli altri sono tutti fuori.

Per quanto riguarda i testi dell'album, già nella mitica Yesterday possiamo trovare un, seppur labile, indizio: "I believe in yesterday, suddenly, I'm not half the man I used to be, there's a shadow hanging over me. Yesterday came suddenly...". Paul non è più lui, o per lo meno non è quello che pensa di essere. In Nowhere Man, ascoltiamo: "you don't know what you're missing, nowhere man can you see me at all?". Paul non è più vivo, e ora si trova sepolto; da lì non riesce a vedere più niente, più nessuno.

VAI A: 06:31 Sgt. Peppers lonely hearts club band (1967)

È sicuramente l'album, che sia nella grafica, sia nelle canzoni, contiene più indizi degli altri. Sembra essere la rappresentazione "in codice" del funerale di Paul. Al centro, sulla sinistra, vediamo i quattro Beatles in versione "statue di cera " (dal museo di Madame Tussaud). Uno di essi, Ringo Starr, è vestito a lutto, ed è lo stesso Paul a consolarlo, mettendogli la mano sulla spalla. Lo sguardo di Ringo è rivolto verso la parte inferiore della copertina, dove spiccano varie composizioni tra cui notiamo una chitarra basso (strumento usato da Paul) con il manico rivolto dal verso dei mancini (come d'altronde lo era Paul), di crisantemi, classici fiori funebri.

Guardiamo ora i Beatles. McCartney è l'unico a tenere uno strumento nero: l'oboe. Sopra la sua testa c'è una mano sospesa (che in alcune culture orientali è un simbolo di morte): è forse l'estremo saluto di addio? Il particolare più agghiacciante si trova però all'interno della copertina. Ed è la scritta "O.P.D." sul braccio di Paul. In Inghilterra, questa sigla sta per "Officially Pronounced Dead" (Ufficialmente dichiarato morto), viene usata nei casi di morte violenta quando non è possibile accertare l'identità del cadavere.

In basso, sotto la "T" scritta coi fiori rossi, notiamo una statuetta della divinità indù Shiva, il distruttore, e notiamo che la sua mano indica McCartney. Tra l'altro, mentre gli altri tre Beatles sono posizionati a tre quarti, solo Paul è visto perfettamente di fronte, proprio come le sagome dietro di lui, quasi a far nascere il sospetto che anche lui sia una sagoma. Ed ecco un altro indizio particolarmente laborioso. Prendete uno specchietto e poggiatelo a metà della scritta "lonely hearts" sulla batteria. Potete notare che si forma una nuova scritta: "I ONEIX HE | DIE". "I ONE I" può essere letto come tre uno, riferiti ai tre beatle restanti. La croce può essere un riferimento al fatto che Paul è morto, segue poi una scritta inequivocabile: "He die", che letteralmente significa "lui morire".

Sul retro della copertina di Sgt. Pepper, e George Harrison, con il pollice della mano destra, indica una riga della canzone She's leaving home che dice: "Wednesday morning at 5 o'clock " , " Mercoledì mattina alle cinque", lo stesso orario del presunto incidente di Paul. Un ultimo indizio infine contenuto nell'album è presente nella canzone, A day in the life, dove un verso è particolarmente significativo: "Era una notizia triste, ma nonostante ciò ho dovuto ridere [...] Ha perso la vita in macchina, non si era accorto che era scattato il semaforo [...] Avevano già visto la sua faccia". Sempre nella foto nel retro dell'LP, Gorge, in rosso, compone con le dita una L, John, in verde, una V, Ringo, in rosa, una E. Paul, in blu, è l'anello mancante, è quindi il buco, ovvero una O, ed ecco che si compone la parola LOVE, amore.

VAI A: 09:25 Abbey Road (1969)

Nella copertina è l'unico ad essere scalzo e ad avere gli occhi chiusi, ed inoltre tiene una sigaretta con la mano destra,nonostante Paul è notoriamente mancino. Nella processione lungo la strada John rappresenta il prete (o Dio stesso), Ringo rappresenta il becchino, Paul il deceduto, e George è l'altro becchino. Mentre tutti gli altri hanno la gamba sinistra in avanti e la destra dietro, Paul è l'unico ad avere le gambe posizionate al contrario. Sul lato destro della strada è parcheggiata un'ambulanza o un carro funebre.

Sul alto sinistro è parcheggiato un Maggiolone, sulla targa leggiamo "LMW 28IF", secondo molti la targa significherebbe "Linda Mc cartney Weeps (Linda Mc Cartney piange)" e "28 If" sarebbe relativo al fatto che se Paul fosse stato vivo, nell'anno di uscita del disco avrebbe avuto 28 anni.

VAI A: 10:22 Gli indizi Sonori

Revolution 9. Il brano inizia con una voce che scandisce tre volte: "Number Nine". Ascoltandolo al contrario, però, si ricava l'agghiacciante frase: "Turn me on, dead man".

I'm so tired. Alla fine del brano si sente una voce confusa. Ascoltandola al contrario si sente, piuttosto chiaramente, la frase: "Paul is Dead man: miss him, miss him, miss him!"

I am the Walrus. Nel corso del brano si sente una voce in sottofondo: riproducendola al contrario, però, la voce diventa intellegibile: "Ha ha, Paul is Dead".

Strawberry Fields forever. Poco prima del termine del brano, John Lennon pronuncia le parole: "Cranberry sauce". Tuttavia, molti sostengono di udire: "I buried Paul" (cioè: "Ho sepolto Paul").

VAI A: 11:45 Stairway to Heaven è un inno a Satana?

«Talvolta le parole hanno due significati», così recita un verso di quella che è forse la canzone più nota dei Led Zeppelin: “Stairway to Heaven”. Tale canzone è un continuo fiorire di dicerie, e leggende, data la sua complessità sia nella costruzione musicale che in quella del testo. La voce più persistente, è che sotto quell'immagine che richiama un ascesa al Paradiso, si nasconde in verità un vertiginoso sprofondare verso il Maligno. I Led Zeppelin, a ragione tra i Padri del Rock, non sono nuovi a dicerie e leggende, il voluto alone di mistero e magia che si sono sempre trascinati li ha resi sorta di creature metafisiche, al confine tra il bene e il male, tra il sogno e la realtà. Il loro interesse per l'occulto poi non è mai stato mascherato, basti pensare che il chitarrista Jimmy Page, oltre ad essere un seguace di Aleister Crowley, uno dei più famosi satanisti moderni, è anche proprietario di una famosa libreria londinese specializzata in testi esoterici ed occulti.

Consideriamo poi che il panorama storico-musicale dove si vanno a inserire, è un clima musicale denso di sperimentazione e di ribellione. E soprattutto, in questi anni si sperimentano per la prima volta i cosiddetti messaggi subliminali o nascosti. Essi sarebbero principalmente di tre tipi: i messaggi registrati al contrario che se ascoltati normalmente danno l'idea di rumori o farfugliamento di parole, ci sono poi i messaggi bifronti, ovvero messaggi che sia al dritto che al rovescio hanno un significato; ci sono i messaggi registrati normalmente ma rallentati o velocizzati in modo da non essere subito riconoscibili, e quelli sussurrati e sono appena percettibili. L’inserimento di messaggi nascosti non è una prerogativa, come alcuni potrebbero pensare di un particolare genere musicale, bensì è patrimonio comune dell’universo del rock, in tutte le sue più svariate sfaccettature. Diciamo anche che oramai questo pratica è stata talmente usata e abusata da tantissimi artisti, da risultare ormai, soprattutto per certi generi musicali, quasi scontata.

Tornando ai messaggi nascosti, la canzone in questione contiene diversi messaggi bifronti. Uno dei primi si trova nella seconda strofa, dove "there's a feeling I get" , se ascoltato al contrario, diventa «I've got to live for Satan» («Devo vivere per Satana»!) .

Proseguendo nella canzone, ci imbattiamo ancora in un'altro messaggio sempre di carattere satanico, ma stavolta molto più lungo. La strofa in questione: «It's just a spring clean for the May-queen\ Yes, there are two paths you can go by\ But in the long run\ There's still time to change the road you're on» . Al contrario diventa: «Here's my sweet Satan, the one whose little path, won't make me sad, whose power is Satan. He will give the growth giving you six-six-six» («Ecco il mio dolce Satana, la cui piccola via non mi renderà triste, e il cui potere è Satana. Egli darà il progresso dandoti il sei-sei-sei»).

I Led Zeppelin in ogni caso non sono estranei ai messaggi nascosti nelle loro canzoni, cito per tutte un altro messaggio bifronte che si trova nel brano “Over the hills and for away” dall’LP “The house of the holy”, nella strofa «Many is word\ That only leaves you gessing\ Gessing 'bout a thing\ You really ought to know\ You really ought to know». In essa la voce rovesciata di Robert Plant grida «We 're not really rich. It's all for Satan. Yes, Satan's really Lord. Yes, we'll always stay in him» («Noi non siamo veramente ricchi. Tutto è per Satana. Si, Satana è il vero signore. Noi resteremo sempre in lui.»).

VAI A: 16:14 Robert Jhonson e il patto col diavolo

Robert Johnson nacque nel 1911 sulle rive del Mississippi. Qui cominciò a suonare, apprendendo i primi rudimenti da due bluesmen locali, Charlie Patton e Willie Brown. Si sposò all'età di diciassette anni, ma la moglie morì di parto l'anno successivo. Dopo questo evento tragico Johnson si immerse sempre più nella musica, prendendo lezioni da un musicista arrivato a Robinsonville, Son House. Johnson non era affatto un prodigio, anzi sembra che non avesse alcuna particolare dote musicale. In seguito smise il suo lavoro di contadino e prese a girovagare. Finì a Hazelhurst, Mississippi, la sua città natale, alla ricerca del vero padre, Noah Webster. Non riuscì a rintracciarlo ma trovò, invece, il suo vero mentore, uno sconosciuto bluesman di nome Ike Zinneman. Zinneman amava raccontare che aveva imparato a suonare la chitarra di notte, al cimitero, tra le tombe, tanto che alcuni lo credevano Satana. Chiunque fosse, Zinneman fu un ottimo maestro per Johnson. Dopo un anno Robert ritornò a Robinsonville dove Son House e gli altri musicisti rimasero molto stupiti del suo grande miglioramento. Da quel momento in poi Johnson suonò continuamente per il resto della sua vita, viaggiando per il Sud e costruendosi rapidamente una solida reputazione di musicista, gran bevitore e donnaiolo. La sua vita, tormentata dalle donne, dall’alcool e dalla povertà, si spense di colpo nel 1938, all’età di 27 anni, in circostanze non troppo chiare.

Tra il 1936 e il 1937 incise circa 30 brani, molti dei quali entrati nella leggenda del Blues (I Believe I'll Dust My Broom, Sweet Home Chicago, Love in Vain, Crossroad Blues, Terraplane Blues, Hellhound on My Trail, Me and the Devil Blues), e ripresi più volte da quasi tutti i maestri del Blues odierno. Nonostante questa breve carriera a lui va il merito di avere tracciato la rotta che il blues avrebbe preso negli anni a venire, compreso ogni segmento di questo genere che andò a confluire nel rock'n'roll. Il suo stile chitarristico semplice ed evocativo fornì il perfetto complemento alla sua voce; il suo stile quasi contrappuntistico nel suonare la chitarra sviluppava delle linee melodiche dal canto, in un intreccio chiaramente polifonico.

Qualcosa però non torna.

Nessuno riusciva a spiegarsi come avesse potuto sviluppare una capacità così sorprendente in così poco tempo. E’ strano anche come un musicista così poco presente sulla scena musicale e molto spesso nell’ombra, sia riuscito ad entrare nella storia della musica Blues.
Nacque la voce che avesse fatto un patto con il Diavolo. Molti, infatti, sostengono che Johnson si rivolse alle pratiche voodoo per ottenere ciò che voleva. Grazie, quindi, agli abbondanti margini di speculazione permessi dall'oscurità che ha avvolto e avvolge la sua vita, e al soprannaturale potere della sua musica, molti si sono chiesti se Robert Johnson non avesse davvero stretto un patto con il diavolo. In effetti ci fu sempre qualcosa di insidiosamente potente e misterioso al lavoro nei fatti della sua vita. Come se non bastasse le sue canzoni non sono per niente estranee a riferimenti satanici.

VAI A: 20:49 Billy Corgan e Supervicky

È una delle voci più persistenti. Billy Corgan, leader degli Smashing Pumpkins, da piccolo interpretava il ruolo di Jamie Lawson nel telefilm Supervicky (Small Wander), telefilm in cui un pacioccoso bambino veniva sballottato dalla sua tipica famiglia americana tra una sorellina robot dotata di superforza e superintelligenza e una bambina odiosa il cui unico scopo era di rompere le scatole al personaggio di turno (il più delle volte proprio a Jamie).

Andiamo per ordine. William Patrck Corgan nasce il 17 marzo 1967 nei dintorni di Chicago e dopo un’infanzia non troppo facile, e un interesse crescente per la musica, fonda nel 1998 la famosa band con il chitarrista James Iha. Small Wonder, invece, è una serie televisiva nata dalla mente di Howard Leeds nel 1985, che durò ben quattro stagioni, ovvero fino al 1989.
Diciamo subito la verità: il personaggio di Jamie Lawson era interpretato da tale Jerry Supiran, nato il 21 Marzo 1973. Questo vuol dire che, oltre a non essere stato interpretato da Corgan, anche dal punto di vista anagrafico non ci siamo affatto. All’inizio della produzione Jerry aveva 13 anni; se Corgan avesse interpretato il personaggio di Jerry avrebbe dovuto impersonare un bambino di 13 anni all’età di 19 anni. Penso ce ne saremmo accorti.

Ma perché la voce è nata? La serie televisiva ebbe successo solo dopo il 1989 (in Italia cominciò ad essere seguita dai più verso il 1993), casualmente in concomitanza di alcuni successi discografici degli Smashing Pumpkins come “Siamese Dream” (1993) e “Mellon Collie and the Infinite Sadness” (1995).
Poiché i primi fan degli Smashing Pumpkins, da un punto di vista generazionale sono anche gli spettatori di Supervicky (io sono uno di questi e uno di quelli che ci ha creduto), sono stati loro i primi a notare una certa somiglianza, e vuoi per divertimento, vuoi per il piacere di raccontare storie, la voce è nata e si è diffusa da quella generazione a quelle successive.
In verità il visino pacioccoso di Jerry Supiran può ricordare il viso pulito di Billy Corgan. Ma tutto si risolve al limite in non più di una somiglianza, del tutto discutibile, tra l’altro.

VAI A: 23:09 La strana morte di Jim Morrison

James Douglas Morrison (1943 - 1971) cantava il male di vivere, di amore e di morte, di sesso e di follia, di droghe e di sensazioni. Fu uno dei precursori della rivoluzione culturale del 1968, simbolo di quella controcultura propria di una generazione arrabbiata e dolente, che ricercava un mondo migliore. Impersonò la sregolatezza, l'eccesso, il rock nella sua forma più trasgressiva. Il 3 luglio 1971, a soli 27 anni, Morrison si spense, generando da quel momento un'infinità di voci e false notizie circa le modalità (o la veridicità) della sua scomparsa. Le cause della sua morte sono tuttora non chiare: il suo corpo fu trovato dalla sua fidanzata, Pamela Courson, immerso nella vasca da bagno, con un rivolo di sangue che scendeva dal naso.
L'assurda fretta con la quale fu chiusa la sua morte improvvisa, fu anche la scintilla che alimentò i dubbi sulla sua reale morte. Nessuno infatti, oltre alla stessa Courson e al medico che firmò il certificato di morte riuscì a vedere la salma. Sia gli altri membri della band che il loro manager Bill Siddons poterono solamente piangere una bara sigillata.
A Parigi, nella Villa Lumiere, si era trasferito quattro mesi prima insieme alla sua ragazza. Ne aveva abbastanza dei Doors e della California, malgrado la band gli avesse dato fama e ricchezza, da anni aveva rinnegato la sua famiglia, e l'abuso di droghe e alcolici l'avevano reso ormai irriconoscibile. Voleva costruirsi una nuova vita come poeta. Oggi la sua tomba nel cimitero di Pére Lachaise è quasi un monumento nazionale e viene visitata costamente dai suoi fans (ma si dice che il corpo sia stato trasferito in realtà a Melbourne, in Florida nella tomba di famiglia).

La versione dei fatti ufficiale, secondo la deposizione di Pamela, racconta che Jim si sentisse male quella sera, lei voleva chiamare un medico ma lui si rifiutò, dicendo che avrebbe fatto un bagno caldo. Lei si addormentò e al suo risveglio, non trovando Jim accanto a lei, corse in bagno; lo trovò nella vasca e pensava stesse dormendo. Accortasi che era incosciente, presa dal panico chiamò un loro amico, il signor Ronay, il quale arrivò dopo mezz'ora e fece chiamare un ambulanza. Tutto inutile, era ormai senza vita da qualche ora.
Il Medico legale, Max Vassille, compilò uno sbrigativo referto in cui, notando l'assenza di traumi fisici e basandosi sulla testimonianza della Courson secondo cui Jim soffriva di dolori al petto ed abusava di alcolici, dichiarò la sua morte "per causa naturale". Nessun esame venne condotto sul corpo.
La cerimonia funebre fu celebrata frettolosamente il 7 luglio alle 8.30 del mattino, senza cerimoniere e senza preghiere. Solo dopo qualche settimana i custodi del cimitero apposero sulla lapide una targa con il suo nome (storpiato in Morisson).

I dubbi sulla sua morte non sono mai stati tuttavia ritenuti così importanti da indurre la magistratura ad aprire un caso sulla sua scomparsa e d'altronde l'unica testimone degli eventi, ovvero Pamela, morì nel 1974 per overdose (è risaputo che lei fosse una convinta eroinomane, nonostante Morrison fosse contrario a questa droga, prediligendo maggiormente alcolici, acidi e cocaina). Vivo o morto che sia, Jim Morrison è entrato nella leggenda, e come tale esisterà per sempre.

Quella che seguì alla morte di Morrison fu una serie interminabile di strani avvenimenti, probabili cospirazioni e notizie surreali, che trovarono ampio spazio sui giornali e nelle biografie dedicate all'artista. Il primo a scatenare questa ondata fu il giornalista Robert Hilburn con un articolo pubblicato sul "Los Angeles Times" pochi giorni dopo il decesso, intitolato "Perché le notizie sulla morte di Morrison ritardano?". In più, pochi giorni dopo fu intervistato il medico personale di Jim, il dottor Derwin, il quale dichiarò che Morrison era in eccellente stato di salute prima della sua partenza per la Francia. Tale notizia però è stata smentita da un'inchiesta della rivista francese "Mondo2000", nel 1991. Gli autori riuscirono a recuperare una cartella clinica di Jim dove risultava che, nell'autunno 1970, Morrison soffrisse da tempo di gonorrea, e veniva confermata la presenza di un adenoma dell'uretra penile, una forma maligna di cancro.
La sepoltura, avvenuta in tutta fretta e in silenzio, fece nascere seri dubbi nell'opinione pubblica sulla sua veridicità, sia perchè difficilmente personaggi stranieri venivano sepolti a Pére Lachaise, sia perchè il posto dedicato al tumulo, era, a detta anche di John Densmore, il batterista della band, troppo piccolo.

Nei primi due anni dopo la sua scomparsa, Jim Morrison, come già capito ad Elvis, fu al centro di numerosi avvistamenti, molti dei quali decisamente fantasiosi, altri forse più attendibili. Nel 1980 uscì un libro, scritto da due amici molto cari di Morrison, Jerry Hopkins e Danny Sugerman, dal titolo "Nessuno uscirà vivo di Qui" (In Italia: 1981, Gammalibri). Esso diventerà la più famosa biografia del Re Lucertola, e soprattutto la prima biografia dove verranno sollevati alcuni leciti dubbi sulla sua morte, così avvolta dal mistero. Nel giugno dell'anno seguente è il turno di un altro grande amico di Morrison, Tom Baker, che dichiarò in un articolo apparso su "High Times": "Sono molto tentato di credere alle voci che Jim abbia messo in scena la sua morte".
È risaputo, in effetti, che Jim aveva fantasticato più volte sulla possibilità di fingere la sua morte. Ne cominciò a parlare sin dal 1967, trovandola una buona trovata pubblicitaria; come se non bastasse aveva confidato proprio in quegli anni a Hopkins e Sugerman che aveva iniziato seriamente a prendere in considerazione l'ipotesi di cambiare carriera in modo radicale, riapparendo come un uomo d'affari in giacca e cravatta.